Negli ultimi anni, il legame tra diete a base vegetale e disturbi del comportamento alimentare (DCA) è stato oggetto di dibattiti in ambito clinico e divulgativo. Soprattutto chi non ha familiarità con le diete vegetariane (sia latto-ovo che 100% vegetali), e con la varietà di alimenti vegetali che esse prevedono, può pensare che si tratti di uno stile alimentare “restrittivo”, dove prevalgono i cibi “da eliminare”. Questo può portare all’errata conclusione che il vegetarismo possa nascondere, oppure fornire il pretesto per restrizioni che invece hanno un carattere patologico, come osserviamo nell’anoressia o nell’ortoressia, ad esempio. A far chiarezza sul tema è giunta una recentissima meta-analisi, pubblicata sull’International Journal of Eating Disorders, che analizza un totale di 24 studi scientifici, con dati raccolti su oltre 25.000 persone. La popolazione presa in esame ha prevalenza femminile (67,7%) e un’età compresa tra 15 e 50 anni, suddivisa in onnivori, latto-ovo-vegetariani e vegani. Gli autori del meta-studio sono partiti da questa domanda: chi sceglie un’alimentazione plant-based mostra livelli più elevati di preoccupazione per il cibo, di controllo sul proprio corpo e altri sintomi riconducibili ai DCA?

Questi, in sintesi, i risultati principali:

Nessun aumento del rischio in linea generale: seguire un’alimentazione a base vegetale non equivale, di per sé, ad avere un disturbo alimentare e non ci sono differenze sintomatologiche statisticamente significative tra chi segue una dieta plant-based e chi mangia onnivoro.

Nessuna differenza tra latto-ovo-vegetariani e vegani: i dati mostrano che eventuali sintomi riconducibili a DCA non sono nè più probabili, nè più severe, nelle persone vegane rispetto a quelle latto-ovo-vegetariane.Il ruolo del genere: analizzando i campioni, il genere è emerso come un fattore moderatore significativo, e cioè negli studi con una più alta percentuale di partecipanti donne, le persone latto-ovo-vegetariane e vegane mostravano persino punteggi di sintomatologia inferiori rispetto agli onnivori.Sebbene questa meta-analisi confermi che l’adozione di un’alimentazione plant-based non costituisca un fattore di rischio diretto o un indicatore automatico di patologia, il dato epidemiologico da solo non esaurisce la complessità dell’esperienza individuale.

Come ho approfondito nel mio capitolo “Psychology of Plant-Based Eating” all’interno del volume The Science of Plant-Based Diets in Human Health (Royal Society of Chemistry, luglio 2026), per comprendere appieno il rapporto tra dieta e salute psicologica è fondamentale distinguere tra le differenti motivazioni che guidano e sostengono il comportamento alimentare.

1. La motivazione come discriminante clinica

La differenza centrale non risiede in cosa si elimina dalla dieta, ma nel perché e nel come lo si fa:

Motivazioni etico-valoriali: Quando l’adesione al vegetarismo è guidata da valori quali l’empatia verso gli animali, la sostenibilità ambientale o un senso di identità integrato, la scelta alimentare si associa a maggiore flessibilità, benessere psicologico e soddisfazione personale.

Motivazioni focalizzate sul controllo del corpo: Se la scelta plant-based viene adottata con lo scopo primario di controllare il peso, ridurre l’introito calorico o rispondere all’ansia per la forma corporea, il regime alimentare diventa una copertura funzionale per condotte disfunzionali preesistenti.2. Rigidità vs. Flessibilità cognitivaNelle scelte alimentari “sane” la struttura cognitiva rimane flessibile. L’individuo vive questa scelta in armonia con i propri valori, con equilibrio e consapevolezza. Al contrario, nei disturbi alimentari la restrizione è guidata da rigidità, ansia, sentimenti di colpa, talvolta dismorfofobia, e s’innesta su un bisogno pervasivo di controllo (di sè e/o del mondo là fuori) che compromette anche altri aspetti del funzionamento di una persona. In conclusione, i dati della meta-analisi dell’International Journal of Eating Disorders e le recenti evidenze della psicologia della nutrizione vanno a convergere su un punto fondamentale: le scelte alimentari a base vegetale non devono essere patologizzate di per sé o lette come campanelli d’allarme diagnostici. Nella pratica clinica, così come nella vita quotidiana, l’attenzione non va posta sul piatto in sé, ma sulla persona: la sua storia, il rapporto col proprio corpo, il suo contesto di vita, le sue relazioni e le motivazioni profonde che la guidano. Promuovere un’alimentazione plant-based bilanciata e consapevole significa accompagnare l’individuo a vivere secondo i propri valori e i propri bisogni in modo flessibile, armonioso e privo di ansia.

BIBLIOGRAFIA

Díaz-Goñi, V., et al. (2026). Are Vegetarian and Vegan Diets Associated With Eating Disorder Symptoms? A Systematic Review and Meta-Analysis. International Journal of Eating Disorders.

Pecorara, R. S. (2026). Psychology of Plant-Based Eating. In D. Li (Ed.), The Science of Plant-Based Diets in Human Health. Royal Society of Chemistry.

Dr.ssa Rossana Silvia Pecorara

www.scienzavegetariana.it

Sezione: Editoriale / Data: Mar 18 agosto 2026 alle 06:00
Autore: Redazione Tuttorunning
vedi letture