Le parole di Orlando Pizzolato. "La maratona affascina molti podisti perché è una contraddizione vivente: è una prova impegnativa, a volte durissima, eppure chi la corre la descrive come un’esperienza straordinaria. È una corsa lunga, imprevedibile e logorante, e proprio per questo esercita un fascino irresistibile che spinge a ripeterla, anche quando le esperienze precedenti sono state segnate da grande fatica. La gratificazione non nasce dall’assenza di fatica, ma dal fatto che la fatica stessa è parte integrante della corsa. La maratona ti porta a superare i tuoi limiti e, proprio per questo, tagliare il traguardo è profondamente appagante. Questa è la dimensione romantica della maratona. Quella più concreta, invece, è fatta di una fatica crescente, chilometro dopo chilometro, che porta il corridore a procedere con sofferenza e a chiedersi quando finirà il disagio. Durante la crisi il podista mostra un evidente calo dell’efficienza biomeccanica: la spinta si indebolisce, aumenta il tempo di contatto al suolo e si riduce la fase di volo. Per compensare, la cadenza tende a salire mentre la lunghezza del passo diminuisce, rendendo il gesto meno efficace. La causa della stanchezza che genera la crisi è semplice e ben nota: l’esaurimento delle riserve energetiche. È quasi banale ribadirlo, perché ogni maratoneta sa che la crisi arriva quando i muscoli restano a corto di carburante — il glicogeno, non i grassi. Al di là delle strategie alimentari pre-gara (tema spesso complicato da mode e protocolli discutibili basati sul “sentito dire”) e dell’integrazione in corsa, il problema rimane lo stesso: il consumo energetico supera la disponibilità. La soluzione, quindi, non è “risparmiare” accorciando il passo o correndo con il bacino basso — strategie che portano solo a rallentare e a peggiorare l’economia di corsa — ma diventare un corridore realmente economico. Il maratoneta efficiente è quello che riesce a mantenere il ritmo gara per molti chilometri senza variazioni fisiologiche significative. Questo risultato dipende dall’allenamento, non da artifici tecnici improvvisati. Per diventare un maratoneta economico servono decine e decine di chilometri a ritmo gara, una quantità di lavoro che si avvicina più al migliaio che a qualche centinaio. Pensare di preparare una maratona in 3–4 mesi è realistico per completarla dignitosamente con 4 sedute di lunghissimo e altrettante di corsa media-ritmo gara, ma non per diventare uno specialista della distanza: un atleta capace di correre in modo efficiente, senza sprechi energetici, fino al traguardo.
Osservando i maratoneti di alto livello, la fase specifica di preparazione dura oltre quattro mesi. Considerando che corrono due maratone all’anno, significa che si allenano da maratoneti per circa dieci mesi su dodici, accumulando centinaia — spesso migliaia — di chilometri all’andatura di gara. Un maratoneta che punta alla specializzazione arriva a svolgere una decina di sedute da 30–35 km, nelle quali almeno un terzo del chilometraggio è corso al ritmo maratona. A queste si affiancano altrettante sedute più "brevi" (20-25km), ma con una quota ancora maggiore di chilometri eseguiti al ritmo gara.
In definitiva, la maratona non fa sconti: quando le energie si esauriscono, resta solo ciò che hai costruito con mesi di lavoro. È lì che emerge il vero maratoneta, quello che ha trasformato migliaia di chilometri in efficienza, resilienza e capacità di tenere il ritmo quando tutti gli altri crollano.

Sezione: Editoriale / Data: Lun 16 febbraio 2026 alle 06:00
Autore: Redazione Tuttorunning
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